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Nel quinto anno della campagna Coop per vincere le discriminazioni di genere, una ricerca Coop Nomisma rivela un bisogno inedito: la maggioranza dei genitori chiede che l’educazione alle relazioni diventi materia scolastica, come già accade in molti paesi d’Europa. Nove su dieci sono convinti che possa aiutare a prevenire fenomeni di emarginazione, odio, e violenza. Gli esperti ci spiegano perché.
Aula magna di una scuola italiana, in una città di provincia qualunque, c’è un incontro con uno scrittore, ad ascoltare circa 300 studenti e studentesse delle scuole medie. L’ospite, con l’obiettivo di coinvolgerli, chiede ai ragazzi di raccontare cosa fanno quando cercano di attirare l’attenzione di una coetanea. Un dodicenne si alza, sale sul palco, prende la parola e dice: «Io so come si fa, la prendo e la spingo contro il muro». Ovazione e risate da un gruppetto, mormorii dall’altra, qualcuno ridacchia, parte un dibattito acceso. Finisce che lo scrittore chiude l’argomento per cui era stato invitato e per tutto il resto del tempo parla di educazione affettiva e di sentimenti. «Per noi che viviamo la scuola e i ragazzi queste cose sono all’ordine del giorno. Certo, quel ragazzino voleva fare una bravata, ha solo 12 anni, ma per arrivare a dire una cosa del genere in un luogo pubblico, davanti a tante persone, vuol dire che abbiamo tutti un problema». A raccontare l’episodio e ad esserne protagonista è Enrico Galiano, insegnante e scrittore, volto noto per il suo impegno sociale, uno che con i giovanissimi si confronta ogni giorno tra le pareti scolastiche, e spiega che, proprio così, esiste un problema culturale e sociale, che ha a che fare con la violenza di genere, gli abusi e i femminicidi che troppo spesso vengono declassati a “raptus”. Galiano è parte del comitato scientifico che ha coordinato la ricerca “La Scuola degli affetti. Indagine sull’educazione alle relazioni”, realizzata dall’Ufficio Studi di Coop con la collaborazione di Nomisma su 2.000 persone tra i 18 e i 64 anni. Accanto a lui due studiose autorevoli come Linda Laura Sabbadini, statistica, pioniera degli studi di genere e già dirigente Istat, ed Elisabetta Camussi, psicologa sociale e docente all’Università Milano Bicocca oltre che presidente della Fondazione Ossicini.
Un Paese senza educazione affettiva
Gli esiti della survey sono stati presentati il 4 marzo a Milano, in occasione del quinto anniversario della campagna di Coop “Close the Gap”, che sin dalla sua nascita propone azioni e riflessioni per l’inclusione e contro le discriminazioni di genere, e l’incontro è diventato occasione per riflettere sulle relazioni tra generi, giovanissimi, disagi e quel bisogno di educazione sentimentale che sempre più persone iniziano a riconoscere. I risultati della ricerca sono chiari, e mostrano che di educazione alle relazioni si sente la necessità. A dichiararlo sono proprio i genitori di bambini e ragazzi, molti coetanei o poco più di quelli seduti nell’aula magna di cui raccontava Galiano.
Il 79% dei genitori intervistati pensa che sia fondamentale che la scuola promuova programmi e iniziative dedicate all’educazione dei giovani alle relazioni, chiede che ci siano corsi strutturati , momenti per approfondire con esperti questi argomenti. Non sarebbe certo un unicum nel panorama internazionale, per quanto possa sembrare nuovo. In molti Paesi europei, dalla Svezia, che ha iniziato nei lontani anni 50, alle cattolicissime Spagna e Irlanda, l’educazione affettiva si insegna nelle scuole, mentre l’Italia, nonostante 16 proposte di legge presentate negli ultimi 50 anni, si limita a iniziative spot. Genitori e adulti sentono però l’urgenza di intervenire sul piano educativo, nelle aule scolastiche, perché in casa non sempre è facile imbarcarsi in certe discussioni. La ricerca ha indagato anche questo aspetto: si scopre che temi come il rapporto di coppia e l’informazione sessuale sono affrontati in media da un genitore su cinque. E le barriere, nel confronto – rivela sempre la ricerca - sono l’imbarazzo (51% delle risposte), la chiusura da parte del proprio figlio, (41%), il timore di suscitare ansia (56%).
Una generazione in difficoltà
«Quello che è emerso con grandissima forza dalla ricerca è la domanda unanime e trasversale di un’educazione alle relazioni, e la richiesta di un supporto per le famiglie, che hanno riscontrato nelle fasce più giovani un disagio psicologico», ha detto Linda Laura Sabbadini. «Lo shock collettivo della pandemia ha causato tra le altre cose un impoverimento delle relazioni sociali e affettive, specie nei più giovani, accrescendo quel disagio. Bambini e ragazzi sono più fragili, hanno difficoltà a relazionarsi e costruire rapporti equilibrati anche tra coetanei, e i genitori hanno realizzato che per aiutarli servono azioni mirate e competenze. Anche la cronaca ha avuto la sua parte. Femminicidi come quello di Giulia Cecchettin - una ragazza come tante, uccisa da un “bravo ragazzo” come tanti - hanno dato una forte scossa. Nei giorni successivi al fatto, al numero antiviolenza 1522 ci fu un picco di telefonate di genitori che chiedevano aiuto su come comportarsi, perché dopo quella tragedia avevano compreso che le loro figlie vivevano situazioni simili a quella di Giulia. Improvvisamente hanno preso coscienza che dovevano fare qualcosa, ma non sapevano come agire. In quel momento, come mai prima è diventato chiaro che l’educazione alle relazioni tra partner è una forma di prevenzione alla violenza di genere».
La prevenzione, appunto, un aspetto che fino a oggi è stato trascurato. In Italia ci sono strumenti per aiutare le donne già vittime, il numero 1522, i centri antiviolenza, i percorsi per uscirne, ma di prevenzione si parla poco. E se ne sente la mancanza. La società lo ha capito, come spiega Elisabetta Camussi: «Anche le risposte alla survey sul bisogno di prevenzione, che da bisogno è diventato domanda, sono il riconoscimento che la dimensione della violenza di genere si sviluppa nel tempo, non è frutto di azioni estemporanee. La stessa richiesta di avere a disposizione strumenti e competenze sin dalla scuola primaria, non è altro che una richiesta di accompagnare le nuove generazioni a imparare a gestire i processi e le emozioni, liberandosi dell’idea che l’appartenenza a un genere sia un destino che ne condiziona inevitabilmente la forma, perché, banalmente “devo fare ciò che gli altri si aspettino che io faccia”. Serve che lavoriamo sulla costruzione del cambiamento sociale. Molti di noi lo fanno ogni giorno, lo fa per esempio Coop con questo lavoro, ma i bisogni che sono emersi chiedono una risposta istituzionale. L’istituzione di una disciplina scolastica obbligatoria, come appunto quella di educazione alle relazioni, può sicuramente intervenire come leva di cambiamento sociale, anche per quella fetta di popolazione che oggi è ostile a iniziative di questo tipo».
“Dire, fare, amare” e non solo
Aprire una discussione su questo fronte è l’obiettivo di questo quinto anno di campagna di Close the gap, che porterà il tema nei negozi, “rivestendo” con un nuovo abito anche alcuni dei suoi prodotti, come fatto altre volte in occasione della campagna, e avviando collaborazioni con associazioni sul territorio.Una serie di attività che si aggiungono, come ha raccontato anche la presidente di Coop Italia Maura Latini durante l’incontro, a un percorso che prosegue ormai “senza limiti” se non quelli della coerenza e si è tramutato in un caleidoscopio di azioni: dalla raccolta firma contro la tampon tax al sostegno alle donne iraniane, alla campagna per il congedo obbligatorio dei papà, che si completa con un impegno a tutto campo anche sul fronte interno. Coop Italia e buona parte delle cooperative di consumatori hanno ottenuto o avviato la Certificazione della parità di genere secondo la Uni PdR 125, e oggi il 40,3% dei ruoli direttivi in Coop è coperto da donne, una su tre dirige punti vendita, donna è il 54,4% dei soci eletti negli organismi rappresentativi dei territori. Prosegue la formazione sulla parità di genere dei dipendenti e delle dipendenti delle cooperative, a cui si accompagna l’educazione al consumo consapevole in ambito scolastico, in cui è stata introdotta tre anni fa una proposta sulle nuove identità e la nuova società. Da ultimo, ha preso forma in Coop Liguria e Coop Lombardia un progetto per le donne vittime di violenza di genere, che prevede un percorso di reinserimento lavorativo all’interno delle due cooperative, a partire dalla formazione. Per aiutarle a voltare pagina e iniziare una nuova vita.
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