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#CoopForAfrica

Con UNHCR nei campi rifugiati in Burundi, dove #CoopForAfrica ha seminato salute

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Etica e solidarietà
23 Aprile 2024

A tre anni dalla raccolta fondi lanciata da Coop, che ha permesso di raggiungere nel continente africano almeno 300.000 persone con vaccinazioni anti Covid, una delegazione di Coop è andata in visita nei campi rifugiati, dove macchinari, beni e infrastrutture sono tuttora utilizzati a favore degli abitanti. E dove la prevenzione è diventata consuetudine.

 

Non è in Occidente che trova riparo chi fugge da guerre e violenza: il 76% dei rifugiati trova ospitalità nei Paesi del Sud del mondo. Uno di questi è il Burundi, 28.000 metri quadrati stretti tra Tanzania, Congo e Ruanda, un triangolo di terra grande un po’ più della Sicilia. Anni di conflitti etnici, cambiamenti climatici e carestie lo hanno reso tra i luoghi più poveri al mondo, dicono che sui campi fertili non vedrai mai un trattore, la terra si lavora con le mani. 

 

Qui vivono 86.000 persone fuggite dalla Repubblica del Congo, in condizioni difficilissime. Altrettanto difficili sono le condizioni che affrontano molti burundesi “returnees”, scappati a loro volta anni fa, oggi rientrati in un paese non più in conflitto, ma senza più nulla. 
I rifugiati abitano nei campi gestiti dall’UNHCR, l’Agenzia Onu per i Rifugiati, con le organizzazioni umanitarie partner, piccole polis dove trovano casa in migliaia. Ed è qui che la loro storia si intreccia con quella di Coop, negli anni bui della pandemia.

#CoopForAfrica e la campagna di solidarietà

«I campi rifugiati in Burundi ospitano migliaia di persone», racconta Giovanna Li Perni, responsabile del programma Corporate Partnership e Filantropia Privata di UNHCR Italia. «Quando l’emergenza Covid è scoppiata, abbiamo pensato di essere a un passo dalla catastrofe. Sapere che tanta gente viveva a così stretto contatto, con poca acqua, senza la possibilità di rispettare le norme anti-contagio, ci ha fatto pensare al peggio». Non è andata così, per fortuna. Raccogliendo l’appello di organizzazioni umanitarie, alla fine del 2021 Coop ha lanciato #CoopForAfrica, una campagna di raccolta fondi a favore dell’Agenzia Onu per i Rifugiati, la Comunità di Sant’Egidio e Medici Senza Frontiere, arrivando a donare più di un milione e mezzo di euro. I fondi sono serviti a vaccinare contro il Covid più di 300.000 persone in Africa, Burundi compreso. Nelle scorse settimane, a distanza di due anni dalla donazione, una delegazione di Coop guidata dal presidente Ancc-Coop Marco Pedroni con Enrico Quarello, direttore Politiche sociali e comunicazione di Coop Alleanza 3.0, è stata in visita in questi luoghi insieme a Giovanna Li Perni. Una visita intensissima, che ha fatto tappa in quattro campi - Bwagiriza, Kayumu, Musasa e Nyankanda - e poi nei distretti sanitari di cinque regioni, laddove sono arrivati gli effetti di #CoopForAfrica.

Un’eredità preziosa


È bastata un’occhiata per capire che i frutti di quella iniziativa sono diventati un “tesoro” a disposizione di tutti. «I beni, le infrastrutture, le attrezzature e le competenze che erano state portate per la campagna vaccinale continuano a essere utilizzate anche oggi», spiega Li Perni. «Li abbiamo visti con i nostri occhi: i serbatoi per stoccare l'acqua, gli erogatori per lavarsi le mani, diventata una delle “buone pratiche” contro il contagio; i frigoriferi per la conservazione dei vaccini; le scatole termiche per il trasporto; i piccoli generatori e gli impianti per l'alimentazione elettrica a energia solare; i computer e le stampanti. Oggi sono utilizzati per vaccinare i bambini, conservare farmaci, archiviare e trasmettere i dati sanitari ai distretti e da qui al ministero della Salute. E non sono utili solo per gli abitanti dei campi. In Burundi anche i villaggi vicini ai campi mancano dei servizi essenziali, il più delle volte le scuole, i presidi sanitari che allestiamo nei campi diventano punto di riferimento anche per la popolazione locale». 

Una spinta per la vaccinazione anti-Covid


La campagna di raccolta fondi Coop, che ha dato solidità al progetto di vaccinare le popolazioni rifugiate, è stata anche in un certo senso una spinta per le campagne di vaccinazione nazionali, che in Burundi stentava a partire: «Il fatto che UNHCR, grazie al contributo di Coop, abbia potuto dire: portiamo logistica, infrastrutture e attrezzature per la campagna di vaccinazione, ha avuto un ruolo propulsivo. Soprattutto, ha riguardato una categoria di persone, i rifugiati, che non era certo tra le prioritarie ma che, per fattori ambientali facili da intuire, avrebbero potuto essere a forte rischio».

I volontari “antenne di salute”

 


Oggi che la campagna è chiusa, tra le eredità di #CoopForAfrica ci sono anche alcuni tra gli abitanti dei campi, “antenne di salute”, li chiama Giovanna Li Perni, che a suo tempo sono stati formati per diffondere le pratiche anti-contagio e fare cultura della prevenzione. «Al di là dei 63 operatori sanitari formati nei campi e nei distretti per conservare e somministrare i vaccini, sono stati coinvolti molti rifugiati volontari, spesso tra le persone con più alto grado di scolarizzazione. Hanno appreso e diffuso norme di igiene essenziali, preziose per la prevenzione di qualunque tipo di malattia, ma anche conoscenze utili a combattere i pregiudizi contro i vaccini, che anche qui, come altrove, sono abbastanza diffusi. È come se fosse stato “costruito” un patrimonio di conoscenze che resta alla comunità». 

 Uno sguardo al futuro

L’iniziativa di Coop, che ha permesso di dotare i campi di alcuni beni essenziali, ha dato delle certezze in più, ma c’è ancora tanto da fare. «I residenti dei campi vivono con grande dignità e decoro, le comunità si sono date un'organizzazione, ma purtroppo la situazione in Burundi resta emergenziale», dice Giovanna Li Perni. «Nel campo più grande, quello di Kayumu, vivono quasi 19.000 persone, nascono 60-70 bambini al mese. Ma in un luogo dove non ci sono mezzi di trasporto moderni, e i campi sono in zone lontane chilometri di sterrato dagli ospedali, se una donna ha bisogno di un cesareo rischia la morte. Ci sarebbe bisogno di presidi sanitari attrezzati almeno per i cesarei d’urgenza. C’è bisogno ancora di tante cose, e della solidarietà di tutti».

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