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#CoopforUcraina

Dalla guerra agli scaffali di Coop Liguria. «Noi, profughi ucraini, tornati a vivere attraverso il lavoro»

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Etica e solidarietà
26 Febbraio 2024

A due anni dall’inizio del conflitto la storia di Inna e di altri suoi 17 connazionali, assunti dalla cooperativa dopo essere fuggiti dalle bombe, grazie a un sacerdote testardo e all’umanità dei lavoratori e del management Coop. 

 

Padre Vitaliy Tarasenko è il cappellano della comunità ucraina a Genova, Savona e Chiavari. Arrivato in Italia 20 anni fa per formarsi come professore di seminario, è uno di quegli uomini abituati a darsi da fare per gli altri, senza risparmiarsi. Ma quando due anni fa si è trovato a dover gestire quasi da un giorno all'altro l'accoglienza di centinaia di connazionali che scappavano dal suo paese non è stato facile, confessa. Oggi, a due anni dall’inizio della guerra in Ucraina, ricorda benissimo quei mesi. 

 

«Nessuno si aspettava davvero questa guerra, ma soprattutto nessuno si aspettava che sarebbe stata così violenta e che sarebbe durata così a lungo. Avevo davanti a me una moltitudine di persone che chiedevano aiuto, circa 4.000 tra adulti e bambini, i buoni pasto che ci venivano donati non erano sufficienti, e loro per primi non volevano vivere di carità. Bisognava trovare un altro modo per rimetterli in pista».  

L'"ILLUMINAZIONE DIVINA" DI PADRE VITALIY

Per fortuna - o per la mano di Dio, direbbe padre Vitaliy - lui è uno che non si arrende facilmente, e l'Illuminazione gli è arrivata durante un incontro con Coop Liguria. L’occasione è stata la consegna di una donazione durante il Festival Suq, manifestazione culturale che si tiene a Genova ogni anno e di cui Coop Liguria è partner. La beneficiaria dell’iniziativa era l’associazione Pokrova, che lavora all’accoglienza dei profughi ucraini e con cui padre Vitaliy era in stretto contatto. «Quando ho parlato, il presidente di Coop Liguria mi ha chiesto: “Cosa posso fare per voi?”. Dio mi ha illuminato, ho avuto il coraggio di rispondere subito: “Posti di lavoro”. Mi rendevo conto che una cosa del genere era praticamente impossibile. Tutte quelle persone non conoscevano l'italiano, le normative, non avevano esperienze in questo campo. Ma lui ha risposto “Fammici pensare su”». L'idea ha iniziato a concretizzarsi quando nei giorni successivi Padre Vitaliy ha incontrato Maurizio Fasce, responsabile del Personale ipermercati di Coop Liguria. E insieme hanno capito che, nonostante gli ostacoli, quando c'è la volontà anche l'impossibile diventa realizzabile.

Dall'annuncio ai corsi di formazione

Così nel 2022 Coop Liguria ha assunto a tempo determinato 18 persone di nazionalità ucraina in fuga dalla guerra, di cui 4 non udenti. Di questi, 6 stanno continuando l'esperienza di lavoro nella cooperativa, gli altri hanno portato con sé un bagaglio di esperienza e competenze da spendere nel mondo del lavoro. Un tipo di opportunità non indifferente per l’integrazione di persone rifugiate, che viene riconosciuto anche da organizzazioni come l’Unhcr, l'agenzia Onu per i rifugiati, che ogni anno bandisce un premio per le aziende che si spendono in questa direzione. 

 


«Coop ha trattato da subito i “nostri” con serietà, senza fare “sconti” o favoritismi, seguendo tutte le procedure richieste dalla legge. Ma è stata l’umanità a rendere possibile questo progetto. Per esempio, un giorno Maurizio ha avuto un'idea: dal momento che la Coop aveva già fatto esperienze con lavoratori sordomuti, ha intuito che avrebbero potuto inserire anche i nostri abbastanza agevolmente». 

 


Al sacerdote è bastato inserire l'annuncio nelle pagine social della comunità per trovare nel giro di poche ore i candidati, che hanno iniziato subito i corsi di formazione e sicurezza. Lui faceva da interprete. «Sono stati tanti i coraggiosi – racconta -. Coop su questo è stata chiara: i lavoratori devono essere formati e conoscere tutto sui contratti di lavoro e sulle norme. Partecipare è stato un arricchimento anche per me, e per loro è stato terapeutico. Come dice sempre anche papa Francesco, il lavoro dà dignità». Lo sapevano quei 18 neoassunti. Molti di loro in Ucraina erano professionisti, avvocati, insegnanti, e non avevano mai messo piede in un supermercato, se non da clienti, ma si sono messi in gioco. «L'idea di poter fare qualcosa, guadagnare denaro per sé e la propria famiglia, senza aspettare l'elemosina appesi tutto il giorno al telefono per seguire le notizie da casa, è stato un dono».
 

INNA: «QUI PER SALVARE I MIEI FIGLI»

Tra loro c'è anche Inna, 40 anni, per 14 avvocato nella sua Kiev, prima che tutto cambiasse. Chiede di raccontare la sua testimonianza per iscritto, perché così è sicura di esprimersi al meglio. Come gli altri è scappata dalle bombe dopo aver chiuso la porta di casa per l'ultima volta, e oggi è commessa in un punto vendita. «Ho vissuto per due mesi in un rifugio antiaereo sotto continui attacchi, fino a che io e mio marito non abbiamo deciso di portare i bambini in un luogo sicuro» scrive in un italiano quasi perfetto. «Eravamo stati come turisti in Italia e ne eravamo innamorati, l'abbiamo scelta perché c'è un bel clima, il cibo delizioso, e soprattutto avevamo notato una certa somiglianza di mentalità e di temperamento con noi ucraini». Suo marito è rimasto a Kiev dove lavora come giudice, agli uomini non è permesso lasciare il paese durante la guerra, e Inna è a Genova con i suoi due figli.  

UNA SECONDA CASA PER RICOMINCIARE

Grazie a questo lavoro è riuscita almeno in parte a buttarsi alle spalle l’incubo delle bombe. «Oggi mi occupo principalmente di disporre la merce, controllo le scadenze, aiuto i clienti in negozio nella scelta o dico loro dove trovare questo o quel prodotto. Non puoi essere soddisfatto della tua vita quando c'è una guerra nel tuo paese natale, bambini e adulti muoiono ogni giorno. Questa è la vita che inizi da zero, in un paese straniero, senza parenti, senza conoscere la lingua, senza la professione che hai praticato per più di 15 anni. Ma so che i miei figli stanno bene, possono avere un'infanzia “normale”, vanno a scuola, fanno sport, giocano, tutte cose che i bambini ucraini non possono fare. E poi c'è Coop. In un momento così difficile per me, è diventata per me una seconda famiglia. Ho trovato molto supporto, pazienza, comprensione e compassione tra i miei manager e colleghi».

UN ESEMPIO PER TUTTI

Questo atteggiamento positivo e il senso di vicinanza ai colleghi accomunano un po’ tutti i lavoratori entrati in Coop, testimonia padre Vitaliy. «Dopo qualche mese al lavoro non erano più sordi e muti. Mi dicevano: ci considerano come italiani. Sono riusciti a stabilire relazioni, e questo grazie al personale dei luoghi di lavoro, dai manager agli altri addetti, perché in tutti hanno trovato umanità. Non dimenticherò mai quello che è successo. Coop ha rischiato, e così facendo è stata un modello per molte altre aziende. Quando chiedevo lavoro altrove, portavo l'esempio di Coop. Dicevo: loro sono seri e l'hanno fatto, significa che si può fare».

LE INIZIATIVE DI #COOPFORUCRAINA

Coop è sempre stata in prima linea nel sostegno ai cittadini ucraini, sin dalle prime drammatiche fasi della guerra iniziata due anni fa, prima con una raccolta fondi nazionale, poi con le iniziative di solidarietà avviate dalle singole cooperative a favore delle associazioni locali. Dall’avvio del conflitto, con #CoopforUcraina sono stati donati complessivamente più di 1,2 milioni di euro, a cui si sono aggiunti più di 329 mila euro a favore di 97 associazioni sul territorio. In Ucraina – con la collaborazione di UNHCR, Comunità di Sant’Egidio e Medici Senza Frontiere - le donazioni hanno contribuito a raggiungere circa 1,8 milioni di persone con più di 350 camion di aiuti umanitari, mentre beni di prima necessità sono stati portati in 110 località in quasi tutte le regioni del paese. E Coop ha contribuito al funzionamento del treno-clinica d’urgenza, che ha consentito di far arrivare cure spesso salvavita ai malati che si trovavano in zone di guerra.

#CoopforUcraina

Il nostro aiuto non si ferma, con iniziative e sostegno ai cittadini ucraini.

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