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Quest’anno la ormai tradizionale vendita delle borse arcobaleno di Coop, che ogni anno nel mese del Pride sostiene la comunità Lgbtqia+, andrà a favore della campagna #hoqualcosadadirvi, sul coming out, e a sostegno dei centri antidiscriminazione di Arcigay. L’intervista a Gabriele Piazzoni, segretario generale dell’associazione.
«Sì, succede ancora, purtroppo, che i genitori reagiscano in modo violento. Ho visto adolescenti buttati fuori di casa per aver detto di avere un altro orientamento sessuale o un’altra identità di genere. Ne ho visti altri segregati, a cui sono stati tolti il cellulare, gli amici, la scuola, come se diventare prigionieri in famiglia avesse potuto cambiare le cose. Di lavoro da fare ce n’è ancora parecchio». Gabriele Piazzoni è segretario generale dell’Arcigay dal 2015, in anni di militanza ha visto raggiungere obiettivi preziosi, ma sa che il percorso verso la completa parità dei diritti delle persone arcobaleno è ancora lungo. Se oggi dire “sono gay” non fa più rumore, restano da vincere omofobia e discriminazione, e i più giovani vanno aiutati a costruirsi un’identità nel modo più sereno possibile. Non è casuale che quest’anno, nel mese del Pride, l’Arcigay abbia scelto di rilanciare la campagna #hoqualcosadadirvi, per promuovere il coming out, il coraggio di dichiarare chi si è, senza paura, prima in famiglia, poi al resto del mondo, per tutto l’arco della propria vita. A sostegno di questa campagna Coop, da sempre attenta alle istanze del mondo Lgbtqia+ e alla lotta alle discriminazioni, lancia nel mese del Pride la vendita delle borse in tela arcobaleno, di cui parte del ricavato andrà a supporto delle attività dei centri antidiscriminazione di Arcigay. A Piazzoni, chiediamo il significato di questa campagna oggi.
Molto è cambiato rispetto a 30, 20 o anche solo 10 anni fa, ma il cambiamento è più evidente nelle grandi città. Esiste ancora un forte divario tra i grandi centri urbani – come Milano, Roma o Bologna – e i piccoli comuni o i paesi di provincia. Nelle metropoli, l’anonimato offerto dalla massa consente a molte persone di vivere con maggiore libertà la propria identità. Nei piccoli centri, invece, dove tutti si conoscono e tutto si vede, è ancora molto più difficile. In tante zone della provincia italiana si respira un clima simile a quello delle città di 30 o 40 anni fa: lo stigma sociale e il giudizio altrui pesano ancora sulle spalle di chi ha un orientamento diverso. A tutto questo si aggiunge il contesto familiare: se in casa si respirano omofobia e pregiudizio, trovare il coraggio di essere se stessi diventa un’impresa. Non si può fare di tutta l’erba un fascio, ma una cosa è certa: c’è ancora molto lavoro da fare.
Sempre. La battaglia del coming out è sempre esistita ma va evolvendo, oggi c’è maggiore libertà tra i giovani, ma questo non ha fatto scomparire le discriminazioni. Anzi, quasi per assurdo in alcuni casi le ha incentivate. Se si aumenta la visibilità, aumentano i fenomeni di intolleranza, chi decide di non nascondersi più sa che dovrà confrontarsi con persone che non accettano il suo modo di essere e non sopportano di vederlo, ma va fatto o non ne usciremo mai.
In foto: Gabriele Piazzoni
Che la prima cosa che devono fare è avere cautela per se stessi, valutare anche il contesto in cui si trovano. Se un ragazzo o una ragazza sono molto giovani e dipendono dalla famiglia, se sono in contesti familiari ostili, c’è il rischio che il loro venire allo scoperto possa far scaturire situazioni che pregiudicano la loro serenità. Se fare coming out comporta il dover andare via di casa a 16 anni, questo significa perdere ogni cosa, compresi i mezzi necessari per continuare gli studi o realizzare i propri sogni. Le decisioni vanno valutate con calma e lucidità, per questo le nostre sedi Arcigay sono disponibili ad accompagnare i giovani lungo questo percorso, decidendo insieme, di volta in volta, i passi da fare. Quando è possibile e necessario, li indirizziamo verso una forma di mediazione, cerchiamo di spegnere la reazione negativa della famiglia, e recuperare la normalità familiare. Altre volte, se fattibile, accompagniamo i genitori verso un percorso di accettazione.
La funzione di Arcigay è sempre stata e resta quella di creare una comunità di persone alleate che si sostengono, con questo spirito sono nati i centri antidiscriminazione. Sono 40 in tutta Italia, al loro interno vi sono team di specialisti a vario titolo, che offrono assistenza di diverso tipo a chi ha bisogno di supporto. Se per ipotesi una persona subisce discriminazioni sul lavoro a causa del proprio orientamento sessuale o della sua identità di genere, può rivolgersi ai legali per farsi aiutare a difendere i suoi diritti, lo stesso può fare una coppia che ha problemi legati alle questioni dei figli; ci sono poi psicologi disposti ad assistere chi ha subito traumi o vive una situazione difficile, o a seguire i familiari di chi si rivolge a noi in percorsi di accettazione.
Non si può dire che l’Italia sia un Paese omofobo, ma posso affermare che in Italia c’è ancora omofobia. Da un lato abbiamo grandi esempi di accettazione e integrazione, tante persone che sono riuscite costruirsi un’esistenza serena, d’altra parte ci sono ancora situazioni di marginalità e discriminazione. Non abbiamo ancora sconfitto l’omofobia, anche dal punto di vista istituzionale, e forse anche perché scontiamo come Paese un grave ritardo legislativo. Basti pensare che l’unione di due persone dello stesso sesso ha un nome diverso dal matrimonio, e non abbiamo leggi di contrasto a crimini di odio e discriminazioni legati all’orientamento sessuale o all’identità di genere, né abbiamo politiche di prevenzione a riguardo. Per non parlare del mancato riconoscimento di famiglie diverse da quella tradizionale. Tutto questo contribuisce, se non ad alimentare, a far resistere sentimenti diffusi di omofobia. E poi, lo vediamo, registriamo ancora fenomeni di violenza, bullismo, discriminazione che colpiscono ragazze e ragazzi.
Certo, abbiamo avuto la legge sulle unioni civili, traguardo importantissimo anche se tappa di un percorso ancora lungo. E a essere cambiata è soprattutto la reazione del Paese. Al di là dei singoli episodi, sentiamo che la maggioranza delle persone è più vicina, sta dalla nostra parte, lo vedi anche dalla partecipazione ai Pride. Dieci anni fa le tappe contavamo una decina di appuntamenti in tutta Italia, oggi sono oltre 50 e sono una manifestazione collettiva, che coinvolge persone di tutte le età e di ogni orientamento: ci sono genitori dei ragazzi Lgbtqia+, amici, persone comuni che prendono parte a queste grandi manifestazioni, a prescindere dal loro orientamento sessuale e di genere. È un indicatore significativo di come il clima sia mutato.
Sì, tutto questo è nella natura del Pride. Anche se le manifestazioni si tengono a giugno per celebrare una rivolta non pacifica, quella di New York del giugno ’69, che diede vita al movimento, il Pride è stato vissuto dall’inizio, volutamente, come una manifestazione rivendicativa ma festosa, con lustrini, colori, paillettes, perché vuole essere una risposta positiva e un modo per non arrendersi di fronte alle violenze e alle discriminazioni. Questa modalità pacifica di mostrarsi al mondo e di far vedere la diversità è la ricetta che ha conquistato l’opinione pubblica. Chi ci critica, in realtà, non ha mai partecipato, non ha compreso il nostro messaggio.
È un invito rivolto alle persone a considerare le tante diversità. È la ragione per cui il Pride è diventato nelle città collettore di tante altre istanze, da quelle degli ambientalisti che scendono piazza con noi per sensibilizzare contro il riscaldamento climatico, a quelli che difendono i migranti, la nostra è una manifestazione per diritti umani e civili a tutto tondo. E il nostro slogan è “la diversità ci rende uguali”. Dopotutto siamo tutti differenti, il prenderne atto è la strada per fare in modo che nessuno si senta sbagliato per le sue diversità. Abbiamo cominciato da qui, continuiamo su questo tracciato.
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