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Insieme a caccia di discariche invisibili, per salvare i nostri mari. Dopo Lerici e Trieste, la squadra di sub di Coop e LifeGate si è immersa nelle acque di Pesaro, per un'operazione di ripulitura dei fondali.
Gli oggetti raccolti sono stati in mostra in una grande teca in plexiglas, a Baia Flaminia, in occasione del CaterRaduno tra il 29 giugno e il 2 luglio. L'iniziativa è parte della campagna “Un mare di idee per le nostre acque”, partita nel 2019 per dare un messaggio: impariamo a preservare i nostri mari.
Pezzi di chiglie di barche, motori e batterie, sedie di plastica, ma anche parti di sedie a sdraio e di ombrelloni, reti e pneumatici, teli da mare, giocattoli, bicchieri da cocktail e bottiglie. È una montagna inimmaginabile di rifiuti, quella che giace in fondo ai nostri mari, un'enorme discarica invisibile dove si accumula tutto quanto dimentichiamo, perdiamo, abbandoniamo, per pigrizia o negligenza, distrazione o malafede.
UNA TECA PER APRIRE GLI OCCHI
Un “campione” di tutto quanto potremo trovare nei fondali dell'Adriatico e non solo, è stata esposta a Pesaro, in occasione del CaterRaduno, l'appuntamento annuale organizzato dalla trasmissione di Radio 2 Caterpillar, che quest'anno è caduto tra il 29 giugno e il 2 luglio, e a cui Coop ha partecipato con la campagna “Un mare di idee per le nostre acque”. A Baia Flaminia, è stata installata una superteca in plexiglas, ad altezza d'uomo, che contiene e mostra i rifiuti raccolti durante l'attività di immersione che si è svolta qualche giorno prima nell'Area Marina San Bartolo. Il recupero è stato realizzato con LifeGate, in collaborazione con il Comitato dell'Area Marina, ed è incastonato in una serie di iniziative che hanno lo scopo di “ripulire” le nostre acque, ma soprattutto mostrare ai cittadini quanto sia importante l'attenzione e la salvaguardia dei nostri mari. Di certo, il grande cubo trasparente non passa inosservato, e apre gli occhi sulla quantità di oggetti, anche i più strani, che possono essere raccolti in poche ore di attività, in un fazzoletto di fondale.
I CESTINI MANGIA-PLASTICA
Quella di Pesaro è la terza immersione realizzata nell'ambito di “Un mare di idee per le nostre acque”. Al lavoro per documentare e far emergere la plastica dai fondali c'è un team di sub esperti guidati da Emilio Mancuso, biologo marino di LifeGate, che è partito dal mare di Lerici per poi passare a Trieste e infine spostarsi quest'anno nelle acque marchigiane. Ma in quattro anni di attività, con “Un mare di idee”, Coop ha realizzato anche diverse altre iniziative, a cominciare dall’installazione nei mari, fiumi e laghi italiani di 46 cestini raccogli-plastica, i Seabin, che lavorano a getto continuo trattenendo piccoli rifiuti e microplastiche. Grazie alla collaborazione con il partner scientifico LifeGate e il suo programma PlasticLess, sono poi stati messi in azione anche 3 Trash Collec’Thor, un aspira rifiuti che mangia piccoli oggetti galleggianti e microplastiche, e due Pixie Drone, un drone telecomandato che agisce negli specchi d'acqua a caccia di detriti e oggetti di diversi materiali.
LE AZIONI DI COOP, DALLA LIGURIA ALL'ADRIATICO: RIFIUTI PER 794KM
La campagna è partita nel 2019 a Marina di Genova, con Coop Liguria, capofila dell’iniziativa: qui nel 2019 è stato installato il primo Seabin, e in totale gli aspira-rifiuti presenti ora in diversi punti del litorale ligure, solo nell’arco del 2022 hanno raccolto 6 tonnellate di scarti. Proprio a Marina di Genova si sono registrati i risultati di gran lunga più alti d’Italia, sia per un particolare assetto di venti e correnti, sia perché il personale del porto turistico ha gestito con grande cura i dispositivi anti-plastica. Ma tutto il bilancio della campagna è da capogiro, e la dice lunga sullo stato di salute delle nostre coste: attraverso “Un mare di idee per le nostre acque” fino a oggi sono state raccolte dal mare più di 59,4 tonnellate di rifiuti, l'equivalente di tante bottiglie di plastica da mezzo litro da coprire la distanza tra Milano e Napoli (circa 794 Km). L’impegno di Coop è continuato anche sul versante della prevenzione del benessere dell'ecosistema marino con protocolli e certificazioni che favoriscono la pesca meno invasiva e il benessere animale, oltre alla riduzione di plastica negli imballaggi.
Il viaggio della plastica dalle città al mare
Nei fondali italiani, secondo uno studio dell'Ispra, è depositato più del 70% dei rifiuti in mare, che è costituito per il 77% da plastica. E non è difficile crederci. «Troviamo qualunque cosa, anche oggetti che mai ti aspetteresti di vedere», dice Emilio Mancuso che per LifeGate è coordinatore scientifico del progetto PlasticLess: «Lo si intuisce subito: queste missioni non sono risolutive. Hanno però un'altra funzione forse più importante, possono essere educative. Se nessuno ci mette davanti agli occhi quello che succede, non ci rendiamo conto.
Invece quella teca ci dice che ogni volta che gettiamo qualcosa a terra, o semplicemente “dimentichiamo” un oggetto, c'è un'alta probabilità che questo finisca in mare. Anche un mozzicone di sigaretta gettato a Milano, se non si incastra prima da qualche parte, farà quel viaggio: dai marciapiedi alle fognature, agli impianti di depurazione, fino al mare». Prevenire, quindi dipende soprattutto a noi. Perché dietro queste discariche nascose c'è la mano di chi getta in mare volutamente rifiuti “scomodi”, perché difficili da smaltire – e viene da sé, pericolosi - ma anche tanta distrazione. Un giocattolo lasciato sulla spiaggia, un telo da mare volato via, un bicchiere da cocktail che resta sul molo, sono tutte cose che “viaggiano” verso le acque e che il mare non potrà restituirci.
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Palloncini d'aria per riportare i rifiuti in superficie
Durante ogni operazione di recupero, la squadra di sommozzatori viene seguita da fotografi e videomaker, che documentano ogni passo, per mostrare quanto sia complicato recuperare oggetti che lasciamo andare con leggerezza.
«Ogni spedizione dura 2 o 3 ore, e viene eseguita a gruppi di poche persone, da 4 a 6. Un'imbarcazione ci attende in superficie ed è lì che viene depositato ciò che viene raccolto. Le attività sono precedute da sopralluoghi: bisogna verificare che il recupero non metta a rischio gli operatori o l'ecosistema stesso. Ci sono cose che è preferibile lasciare dove sono. L'anno scorso, per esempio, c'era un oggetto che era lì da almeno 20 anni, sotto una prateria di posidonia. Toglierlo avrebbe voluto dire danneggiare irrimediabilmente la pianta», spiega il biologo.
Anche portare in superficie materiali richiede molta attenzione: quelli piccoli vengono raggruppati in una sacca che, una volta riempita, viene chiusa e mandata su grazie a un pallone, che gonfiandosi di aria porta il sacco verso l'alto; i rifiuti più pesanti vengono imbracati e fatti emergere con lo stesso sistema. «Motori nautici caduti o persi, di circa 50 chili. Per quelli più pesanti occorrono gru».
Emilio Mancuso, biologo marino e coordinatore scientifico del progetto PlasticLess
Nocivi anche per noi
Mancuso racconta che ogni volta si potrebbe andare all'infinito a raccogliere oggetti, ma queste attività prevedono consumo di aria, e dopo circa 2 o 3 ore bisogna fermarsi. «Ripulire tutto sarebbe impensabile, ma possiamo fare qualcosa di meglio: prevenire. Se vedere in che stato sono ridotti i fondali non basta per persuadere l'opinione pubblica di quanto sia importante una presa di posizione seria, basterebbe pensare ai danni che questo comporta per la nostra salute.
Ciò che finisce in mare provoca alterazioni chimiche nei fondali e se un oggetto contiene sostanze nocive o pericolose, queste si riverseranno inevitabilmente nell'acqua. Un tubo di edilizia ricoperto da vernice tossica ne disperderà le componenti, gli stessi oggetti di plastica, prima o poi rilasciano microplastiche: tutto questo finisce nella catena alimentare. E ogni volta che mangiamo del pesce, lo ingeriamo».
Un mare di idee per le nostre acque
La campagna di Coop per la tutela dei nostri mari, laghi e fiumi.
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