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Riuniti nella capitale i tanti partner impegnati con Coop nelle campagne contro le discriminazioni e la violenza di genere, per raccontare esperienze e promuovere l'educazione alle relazioni. Le testimonianze e i contributi di associazioni, istituzioni, esperti ed esponenti della società civile.
La galleria è diventata piazza, la piazza si è fatta aula scolastica, il palco è divenuto luogo di racconto. Il 12 giugno, a Roma, la grande comunità di Close the Gap si è data appuntamento a Piazza Colonna, nel cuore della capitale: i marmi e il velario liberty della Galleria Alberto Sordi hanno fatto da sfondo a lavagne, banchi e sedie, per parlare ancora una volta di stereotipi di genere, imparare insieme a scardinarli e a costruire una cultura della parità.È stata Coop a chiamare a raccolta studiosi ed esperti, associazioni, rappresentanti delle istituzioni e della società civile con i quali in questi cinque anni di Close the Gap, la campagna per l'inclusione di genere, ha condiviso obiettivi, attività, iniziative. Il titolo dell'evento, “Una piazza per parlare ancora una volta di educazione alle relazioni”, riassume il senso di tutto: è anche dalle parole che può nascere il cambiamento, è da qui che si comincia.
Di certo ne è convinto Enrico Galiano, professore di lettere, divulgatore e scrittore che ha aperto la mattinata dopo i saluti della presidente di Coop Italia Maura Latini, tenendo una delle sue “lezioni” di “Facciamoci spazio”, il progetto di Coop che in questa primavera ha portato nei suoi punti vendita studenti e studentesse della scuola superiore, per ragionare insieme di educazione alle relazioni.
E dalle parole – quelle maschili, quelle declinate al femminile – ha cominciato il prof, per mostrare quali e quanti sono i condizionamenti che ci portiamo dentro, e come emergono se proviamo a fare l'analisi logica di ciò che diciamo. Un vocabolo – muffa – è stato infine la chiusura dell'intervento. «Muffa è quella cosa che prolifera quando ci sono le condizioni ideali, proprio come la violenza di genere», ha detto Galiano, facendo il paragone con gli episodi di violenza, e rivolgendosi alla platea di giovani in prima fila sui banchi. «L'humus in cui crescono le violenze è fatto di stereotipi. Non ti accorgi nemmeno che ci sono, non li vediamo, ma interroghiamoci, quando giudichiamo una ragazza per il suo comportamento, quando le spieghiamo cose che sa già, quando pensiamo che la gelosia sia una forma d'amore, o quando avvertiamo quel fastidio se guadagna più di noi. Non tutti gli uomini uccidono o maltrattano le donne, ma è questo il terreno in cui prospera quella violenza».
Credits: Ansa - Federico Perruolo
Bisogna rovesciare il paradigma – ha detto Monica Lucarelli, assessora alle Attività Produttive, Pari Opportunità e Attrazione degli investimenti del Comune di Roma, ricordando come anche lei a volte, senza rendersene conto, non sfugga alla tentazione di rimproverare sua figlia per l'abbigliamento. «La responsabilità va spostata non su chi subisce violenza, ma su chi la fa». E di responsabilità e stereotipi ha parlato Gabriele Piazzoni, il segretario generale di Arcigay, l’associazione che, come ogni giugno, Coop sostiene con la vendita della shopper arcobaleno, la Pride Bag. Proprio in occasione del mese del Gay Pride, ha raccontato, le persone della comunità LGBTQIA+ patiscono i gesti di intolleranza più duri. «Il principale motivo di aggressione ha a che fare con il modo in cui sono vestiti. E sapete perché? Perché un ragazzo vestito come una Drag Queen tradisce il suo genere, una ragazza vestita da maschio tradisce il suo ruolo, e questo dà fastidio».
Per la parità di genere si agisce anche nella stanza dei bottoni, ha detto Laura Cavatorta di Fuori Quota, organismo no profit che riunisce donne in posizioni apicali per promuovere l'empowerment femminile. Che ci sia ancora molto da lavorare, lo mostra con i numeri Luisa Rizzitelli di Assist, l'Associazione Nazionale Atlete, che ha denunciato: oggi, su 50 presidenti di società sportive solo una è donna, su 357 allenatori le femmine sono 11, nel frattempo il 70% delle atlete denuncia di avere subito un comportamento improprio, e nell'80% dei casi questo comportamento si è verificato da parte di componenti degli staff tecnici.
«Dal '46 ad oggi siamo andate avanti con la forza delle sole donne, abbiamo abbattuto muri, con leggi come il divorzio, l'aborto, la legge contro la violenza», ha detto su questo la statistica e studiosa di cambiamenti sociali Linda Laura Sabbadini: «Ma quelle battaglie che la popolazione femminile continua a portare avanti, anche nella vita di tutti i giorni, non bastano. Oggi solo il 53,8% delle donne ha un'occupazione. È ora di una svolta, di combattere con ancora più forza, ma la politica le deve sostenere».
Violenza ed emergenza giovani
La politica oggi appare aver arretrato anche rispetto all'urgente tema della violenza sulle donne. A parlarne c'era a Roma anche Amnesty International Italia, che Coop ha sostenuto con la raccolta firme “Donna Vita Libertà”, per le donne iraniane vittime del regime degli ayatollah. La coordinatrice delle campagne per la ong, Tina Marinari, ha rammentato il testo del Ddl Bongiorno, che punta a riformare l'articolo 609-bis del Codice Penale sul reato di violenza sessuale, scaricando ancora una volta l'onere della prova del dissenso sulle donne.
È un tema urgente, quello della violenza, soprattutto sui giovanissimi. Jonathan Silvestro, della comunità giovanile Scomodo, e Celeste Costantino, di Uno Nessuno Centomila, che segue i percorsi di formazione in scuole e università, hanno difatti lanciato l'allarme sulla violenza tra bambini e preadolescenti, mentre Luisa Ercoli di Differenza Donna, che gestisce il numero nazionale antiviolenza 1522, si è soffermata sul fenomeno degli incel, i celibi involontari, e della manosfera, la rete di community online, blog e forum antifemministi che raccoglie proseliti tra chi ha difficoltà a gestire relazioni con le donne.
Tutto porta esattamente lì, all'educazione affettiva e alle relazioni, e al benessere psicologico, temi al centro della campagna Close the Gap negli ultimi due anni. Sono del 2025 la presentazione di una survey Coop sull'educazione alle relazioni, “La scuola degli affetti”, e il sostegno alla raccolta firme per la proposta di legge a iniziativa popolare sullo psicologo pubblico, che a dicembre è approdata in Parlamento. In entrambi i casi, un dato è emerso accanto agli altri: quanto oggi siano soprattutto gli uomini ad avere bisogno di essere educati ad aprirsi su certi temi. È rilevante, ha fatto notare il componente del comitato promotore della proposta di legge, Francesco Maesano, che il 65% di chi ha firmato sia composto da ragazze under 27. L'ennesimo segnale di come gli uomini si sentano distanti da tematiche come il disagio o la fragilità, bloccati da quegli stessi stereotipi che li vedono “maschi forti”, persone che non devono chiedere aiuto. La realtà ci racconta però qualcosa di diverso, ha sottolineato Elisabetta Camussi, docente di psicologia sociale dell'Università Milano-Bicocca e parte del comitato scientifico de “La scuola degli affetti”. «Dalle ricerche emerge che la maggioranza delle donne si dice disposta e interessata ad avere accesso ai servizi psicologici in caso di necessità, non così i maschi. E i dati che indagano sulla tipologia di problemi per cui poi si finisce per chiedere aiuto ai servizi psicologici ci raccontano una realtà diversa. Le donne soffrono di disturbi depressivi nel doppio dei casi rispetto ai maschi; gli uomini soffrono di abuso di sostanze, una risposta pragmatica e disfunzionale a un disagio che non viene curato».
A chiudere il cerchio è stato Gino Cecchettin, padre di Giulia, uccisa dall'ex fidanzato nel 2023. Cecchettin è tornato sull’importanza delle parole, citandone tre: “Dire. Fare. Amare”, il titolo del progetto partito l'anno scorso da Coop e dalla Fondazione Giulia Cecchettin, di cui è presidente, per portare la formazione alla parità di genere tra i dipendenti delle cooperative Coop. Quei tre verbi, ha detto, sono come una montagna da scalare per raggiungere l'obiettivo di una società senza più discriminazioni né violenza. «Si comincia con dire, il gradino più basso, l'azione più semplice; parlare è più facile e aiuta a sentirsi partecipi, ma molto spesso è difficile parlare nel modo giusto. Fare è già più complicato, e noi siamo qui per dire invece che le cose vanno fatte nel modo giusto. Se non c'è amore, però, i gesti sono incompleti, e amare è senza dubbio la cosa più difficile, è necessario fare molta strada per riuscirci nel modo corretto. Si dice che amare significhi dare tutti se stessi agli altri, senza annullarsi, accettando anche che l'altro possa lasciarci. Infine, amare significa anche amare la propria comunità. L'invito che voglio fare oggi è di capire cosa possiamo fare noi per la comunità».
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