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Accanto alle operatrici del numero nazionale antiviolenza e stalking, che aiuta le donne a uscire dagli abusi, con il sostegno di Coop. Perché parlare è vincere metà della battaglia.
Alcune chiamano perché non capiscono, non sanno più distinguere la normalità dall’abuso: «Non so se sto subendo violenza oppure no», dicono. Altre lo fanno per trovare una sponda, sapere se dietro il numero c'è davvero qualcuno che si offre di aiutarle, e quando troveranno il coraggio sarà lì. Tante sono spinte dalla paura, oppure hanno preso la decisione giusta e adesso non sanno da dove cominciare. Trascorrere una mattinata al centralino della linea del 1522, il numero nazionale antiviolenza e stalking, è come vederle scorrere una ad una, queste donne, mentre cercano faticosamente di uscire dai loro buchi neri. È quasi ora di pranzo, l'apparecchio di Chiara si illumina. «Ho paura. Lui è dall'altra parte dell'Italia, non sa dove sono, ma continua a chiamarmi e a minacciarmi al telefono. Dice che prima o poi mi trova», dice all'altro capo del telefono la voce di una ragazza. Chiara, una delle operatrici, le spiega che, come prima cosa, dovrebbe denunciare quell'uomo, per farlo non serve denaro, né un avvocato. Le chiede dolcemente qualche informazione in più, per inquadrare la situazione, poi le dà il numero del centro antiviolenza più vicino, che la seguirà nella gestione di questa situazione.
FINO A 500 TELEFONATE AL GIORNO
Al 1522 ne arrivano ogni giorno da tutta Italia di telefonate così. La linea è gratuita ed è promossa dal Dipartimento Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri, e gestito dall'associazione Differenza Donna, nata nel 1989 per combattere la violenza e accompagnare le vittime verso un percorso di emancipazione. È attiva giorno e notte, ed è nato per offrire un primo strumento alle vittime, dare ascolto e informazioni a chi ha la certezza, o anche solo il sospetto di essere vittima di violenza o stalking. In media ricevono 250 chiamate al giorno, ma possono schizzare anche a 5-600 se c’è la notizia di un femminicidio, in tv si parla di violenza sulle donne, o quando si avvicinano ricorrenze come questa del 25 novembre, che celebra la giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Basta che il numero scorra in un sottopancia in tv o compaia su un manifesto per scuotere e spingere a chiedere aiuto. Ed è per questo che anche Coop, che sostiene già da tempo sia Differenza Donna, sia la battaglia contro la violenza di genere nell’ambito della sua campagna Close the Gap, fa la sua parte.
UN NUMERO STAMPATO SU CENTINAIA DI MIGLIAIA DI CONFEZIONI In occasione della giornata la cooperativa ha stampato il numero del 1522 sulle confezioni di più di 500 prodotti a marchio, vale a dire su centinaia di migliaia di confezioni e sugli scontrini emessi dalle casse degli oltre 1.000 punti vendita coinvolti nella campagna. Ha inoltre realizzato una speciale edizione di biscotti a marchio Coop, “vestita” di bianco, dove compare un Qr Code: inquadrandolo, si possono ascoltare 7 storie di donne che hanno denunciato e sono uscite dalla violenza, narrate dalla voce di attrici che le impersonano. Nei negozi delle cooperative si possono acquistare anche le shopper di tela in edizione limitata, il cui ricavato sarà in parte devoluto a Differenza Donna.
È nella sede dell'associazione, a Roma, che le operatrici rispondono alle telefonate di chi chiede aiuto. C’è uno spazio dedicato con cinque postazioni, accanto, in una stanza a parte, una postazione defilata per le telefonate più delicate. Può succedere, per fortuna accade di rado, di dover rispondere a una richiesta di aiuto urgente e dover chiamare i carabinieri. Le operatrici sono in 16 e si alternano in turni di tre, sono tutte formate e hanno fatto esperienza diretta in un centro antiviolenza. A ogni chiamata si muovono su un campo minato, una parola sbagliata potrebbe indurre la persona a tirarsi indietro: devono sapere accogliere chi chiama, ascoltare, cercare di capire cosa succede, ma fare domande con parsimonia, senza sembrare giudicanti. L'impresa più ardua è fare sentire le donne dall’altro capo del telefono a proprio agio, spingerle ad aprirsi.
La mattina in cui visitiamo il centralino ci sono Chiara Paris, Gisella Pallotti e Ilaria Ponciotti, sedute alle loro postazioni. Quando il suo apparecchio si illumina per l’ennesima volta, Ilaria deve chiedere più volte alla signora che è dall'altra parte di spiegare cosa sta succedendo. È confusa, piange, dice che suo marito l'ha costretta ad abortire e ora attraversa una separazione difficile. Poi però non se la sente di andare avanti e riattacca: a volte servono più contatti per trovare il coraggio di fare il punto e chiedere aiuto.
La telefonata successiva è della madre di un ragazzo ormai adulto, la prende Chiara. A fare violenza sono a volte anche figli adulti, genitori, fratelli. Alla signora non chiede i dati, è la procedura che lo impone: «Le donne devono sapere che chi ci chiama non è obbligato a dire o a fare nulla, e così anche al Centro antiviolenza. Lo spieghiamo tutte le volte dall’inizio», spiega Arianna Gentili, responsabile del servizio per Differenza Donna: «Abbiamo visto che molte vittime di violenza sono frenate dalla paura di dover denunciare a tutti i costi – aggiunge -, temono di finire in un circuito legale.
Altre sono terrorizzate dall'idea che andando via di casa perderanno i figli, uno spauracchio spesso usato dai partner violenti per tenerle legate a sé. Se diciamo subito che l'accesso alla linea è completamente anonimo e non sono obbligate a fare nulla, si sentono più libere di parlare e di farsi aiutare».
La mattina dei giorni infrasettimanali è uno dei momenti in cui arrivano più telefonate, quando i compagni vanno al lavoro e si resta sole per qualche ora. Succede soprattutto di lunedì, dopo un weekend passato a prendere botte. Gisella risponde al telefono, c’è una signora di mezza età. Dice che sono stati i carabinieri a indicarle il 1522. Spesso anche dopo la denuncia il marito resta a casa e le vittime non sanno come muoversi. La signora non sa dove andare, ripete solo “voglio andare via”. Gisella le fornisce il numero del centro più vicino. Si raccomanda: «Chiami, ma a lui non deve dire nulla, le spiego come funziona: le garantiranno l'anonimato, può chiedere una consulenza legale e anche affrontare un percorso psicologico, se telefona le fisseranno subito un primo appuntamento». Nel frattempo Chiara sta seguendo un altro caso, la sentiamo parlare: «Ha fatto bene a chiamare, la sua è una presa di consapevolezza, al centro le diranno cosa fare, lei merita di più e ricordi: un uomo che la ama non fa queste cose». La donna le ha appena confidato di avere lasciato il secondo compagno dopo un matrimonio violento, di avere deciso quando sua figlia le ha detto: “Non posso più vederti così”. Piange, perché è solo nel momento in cui lo dici ad alta voce e lo racconti a qualcun altro, che realizzi davvero quello che ti è successo.
Arianna Gentili, responsabile 1522 per Differenza Donna
I minuti scorrono e le chiamate si susseguono, le operatrici parlano, chiedono, ascoltano, risuonano parole come Pronto soccorso, casa rifugio, marito, storie che si accavallano diverse ma simili. «C’è una cosa che accomuna quasi tutte le telefonate», spiega Arianna. «Al centro di tutto c'è lui: “lui dice, lui fa, lui pensa, lui non voleva farlo”. È come se chi maltratta, controlla e manipola si insinuasse nella testa, fagocitasse le vittime e la loro autostima. Loro non esistono se non per giustificarsi, e si giustificano perché si sentono in colpa. “Ho fatto di tutto”, dicono tante, come se la responsabilità della separazione o dell'allontanamento del padre dai figli fosse la loro, e non di lui. Poi però arriva un momento, quando iniziano il percorso, in cui realizzano che possono riprendere in mano la propria vita, tornano a essere al centro. È quello il momento della svolta».
Il ricevitore si illumina, c'è una ragazza, dice a Ilaria che ha conosciuto un tipo online, si sono scambiati qualche foto intima ma ora lui non vuole lasciarla andare. A nulla è valso bloccarlo sui social, continua a chiamarla in anonimo e a contattarla da profili fake, e lei teme che mandi in giro le immagini. Ilaria le suggerisce un ammonimento presso il questore: a volte basta un avviso per farli smettere, ed è comunque importante per far capire che la donna è pronta a reagire. Perché c'è una cosa che rende forti tutti coloro che maltrattano le donne. Il fatto di avere il controllo, il potere di incutere terrore nella vittima. È per questo che minano autostima e autonomia. Una volta che rialzi la testa, e mostri che non hai più paura, hai vinto metà della battaglia.
Close The Gap
Per promuovere la parità di genere femminile, combattere le disparità e ridurre le differenze.
Credits immagini: Andrea Sabbadini
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