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Tra le terre dei fornitori Coop, a tre mesi dall’inondazione che ha devastato ettari di colture.
«Qui si lavora dal primo giorno, ma da soli non possiamo farcela», è il grido degli agricoltori. E mentre si aspetta la macchina della ricostruzione, Coop annuncia di aver raccolto più di 2 milioni di euro.
Nell'estate più calda di sempre la campagna romagnola è verde e bellissima. Visti dalla provinciale i filari di alberi sono gonfi di foglie, come se questa fosse stata una stagione come tutte le altre. Se però ti addentri tra i campi, in prossimità dei corsi d'acqua, o attraverso una strada sterrata ti affacci più in là dove il fango delle alluvioni di maggio ha coperto ogni cosa, ecco che le ferite riemergono a tratti. Voragini scavate dalla furia dell'acqua, distese di grano che non ci sono più – troppo basse e tenere le spighe di maggio per sopravvivere al fango - file di piante grigie e asfittiche, quelle che non ce l'hanno fatta.
Nella provincia di Ravenna, tra le campagne tra Bagnacavallo e Brisighella, la piena del Lamone ha fatto scomparire ettari di terreno, arrivando in certi punti a due metri di altezza. Al rientro nelle loro aziende, quando sono riusciti a rimetterci piede, molti agricoltori hanno trovato immensi laghi di acqua e fango. Da allora, qui non si fa che lavorare. Per asciugare, dare aria alle piante, scavare il materiale di riporto, aggiustare e riparare, riordinare dove non c'è stato più nulla da fare, seguire le colture sopravvissute.
E sembra incredibile, guardando i segni di ciò che è stato, che nemmeno la conta interminabile dei danni e l'elenco infinito di cose da fare li abbia indotti a gettare la spugna. La campagna non aspetta, dicono, bisognava fare presto e così è stato fatto. Anche se questo ha voluto dire farlo con le proprie mani e con le proprie tasche.
«Io sono nato qui, ho ereditato questa terra da mio padre, a 6 anni andavo in giro con il trattore per i campi, e morirò qui», scandisce con un sorriso Matteo Dalmonte, la pelle abbronzata di chi vive in mezzo a terra e sole da quando ha ricordi.
Con fratelli e cugini gestisce l'azienda frutticola e vivaio che porta il suo cognome, fondata da suo padre e suo zio negli anni '60. Sono 120 ettari di frutteti di ciliegie, pesche, uva, cachi, e kiwi, vigneti e vivai, fatica, passione e la competenza che servono per fare della terra un'azienda sana e produttiva. La Dalmonte è socia di Agrintesa, principale cooperativa agricola d’Italia nel settore ortofrutta, che rifornisce tra gli altri Coop. Parte dei frutti coltivati qui sono sugli scaffali dei negozi dove entriamo ogni giorno a fare la spesa, un orgoglio per chi li produce e li commercia. Ma da quel 17 maggio è tutto più difficile.
Matteo ci porta in giro con il furgone per mostrarci i danni dell'esondazione, ma a saltare agli occhi è soprattutto il risultato di ciò che è stato fatto dopo, i lavori di ripristino avviati subito e bene, perché tutto potesse ricominciare il prima possibile, anche se in certi punti l’acqua ha superato i due metri. Dopo 48 ore dall'alluvione Matteo e i suoi erano di nuovo lì sul posto.
«Abbiamo iniziato a girare, poi ci siamo trovati tutti e distribuiti i compiti, andavano fotografati i danni, messi in fila e documentati. Dopo 8 giorni, abbiamo cominciato a riordinare».
«L'anno scorso abbiamo fatto 135 quintali di ciliegie, è stato quasi un problema per quanto è stato ricco. Quest'anno la stessa manodopera è stata usata per riordinare tutto, ma i quintali raccolti sono 35, gli abbiamo cavato l'uno davanti», racconta Matteo. «Di kiwi non so se ne raccoglierò un terzo, per i cachi è lo stesso. Nel frutteto di pesche, dove il Lamone ha rotto l'argine l'acqua ha trascinato via 150 alberi su 1.000, agli altri ha strappato nella parte bassa i frutti, come se qualcuno avesse sfrondato i rami con le mani.». Numeri non ne dà, ma lascia intendere che la cifra dei danni è a sei zeri.
«Non basterà una vita per recuperare tutto, ma di arrendersi non se ne parla, io qui lotterò fino alla fine. Se ci fermassimo domani, lasceremmo 65 famiglie senza stipendio, non possiamo».
Non vuole essere chiamato eroe, Matteo. «Finora abbiamo fatto con le nostre forze, ma la Romagna ha bisogno di risorse dallo Stato», ripete spesso, riferendosi alla macchina statale della ricostruzione e del sostegno alle imprese agricole, che concretamente deve ancora avviarsi. Le aziende non potranno continuare ad anticipare le spese con le proprie risorse, anche in considerazione del fatto che i raccolti di quest’anno sono dimezzati.
Nel frattempo, però, sono tanti i privati che si sono attivati per dare aiuto in denaro, e tra questi c'è Coop, le cui cooperative all'indomani dell'alluvione hanno stanziato un milione di euro a sostegno dei territori colpiti, e hanno contestualmente avviato la raccolta fondi tra soci e consumatori. Tantissimi i donatori: 81 mila persone tra soci, dipendenti e clienti, a cui si sono aggiunti molti fornitori delle cooperative. Una catena di solidarietà che ha permesso di raccogliere 2.190.736 euro, che in parte saranno destinati a sostenere quelle cooperative agricole, di produzione e trasformazione che compongono l'universo dei fornitori.
Oltre mezzo milione di euro sono stati donati dai lavoratori Coop - in ore di lavoro e giorni di ferie - a favore dei colleghi di Coop Alleanza 3.0 e Coop Reno che hanno subito danni dall’emergenza. Gli interventi saranno coordinati con le autorità che si occupano di ricostruzione per dare supporto al tessuto produttivo e ai suoi uomini e donne, che soli non potranno sostenere a lungo il peso della ricostruzione.
STORIA DI RICCARDO: SI RICOMINCIA DA ZERO
«Sono uno prudente, e un po' di soldi da parte li avevamo perché ho sempre tenuto una riserva per le emergenze, per il momento siamo in piedi, anche se c’è un grosso punto interrogativo sul 2024», dice Riccardo Ballardini, titolare dell'omonima azienda agricola, anch’essa parte della cooperativa Agrintesa, che rifornisce soprattutto di pere della varietà Williams e Abate. Il corpo centrale della sua azienda, a Bagnacavallo, è a 500 metri da dove il Lamone ha rotto gli argini, la casa e la direzione aziendale sono stati sommersi, così come il pereto, il campo di frumento e vigneto, quasi 28 ettari su 40 totali. I segni dell’acqua lasciati sulle pareti arrivano a 140 centimetri, nel patio trovi i mobili che erano al piano terra: sono lì a prendere aria, perché dentro i muri buttano ancora fuori umidità. «Per fortuna i primi giorni sono venuti tanti volontari ad aiutarci con la casa, mentre noi ci occupavamo dei campi», dice Riccardo. La lista dei danni potrebbe essere lunga metri, dall'impianto elettrico inagibile ai trattori, dalle scorte di diserbanti bagnate alla casa, dalla contabilità ridotta a un cumulo di fogli marci, al vitigno, che era ai germogli e i cui frutti non ce la faranno, dal grano al pisello da industria, andati anche loro.
TRA LE SABBIE MOBILI PER SALVARE IL PERETO
Restano i peri, il cuore della produzione. Per salvarli Riccardo ci ha messo tutta l'energia dei suoi 32 anni, passando giornate intere in una lotta impari contro fango e detriti, per ben due volte: la prima a inizio maggio, quando l’acqua è arrivata 1,25 metri, la seconda all’indomani del 17. «Subito abbiamo aperto e creato solchi con i trattori laddove si poteva, per lasciar respirare le radici, ma è stata un’impresa, le ruote affondavano come nelle sabbie mobili. Poi siamo passati ai trattamenti per preservare le piante contro funghi, parassiti, insetti. Infine, lavorato il terreno sotto, per ripareggiare la carreggiata. Dal 1° maggio, quando c’è stata la prima inondazione, le giornate di lavoro sono diventate infinite», racconta. All'inizio nemmeno si sapeva da che parte cominciare, di alluvioni così, dove l’acqua arriva mista a terra, non c'è traccia nemmeno in letteratura scientifica. «Sono venuti dei tecnici e consulenti, ma non era certo come agire. Bisognava decidere, però, mi sono preso le mie responsabilità e siamo andati avanti».
OGNI GIORNO C'È UN PROBLEMA NUOVO, OGNI GIORNO PROVIAMO A RISOLVERLO
Il pereto è salvo ma Riccardo ancora trattiene il respiro: se piove troppo e infanga prima del raccolto il limo potrebbe impiastricciare di nuovo tutto e mettere a rischio la produzione. Oggi nel frutteto ci sono ancora 30 centimetri di materiale di riporto. «Con la campagna non si può mai stare tranquilli, i miei compagni di università, che hanno scelto di fare consulenza, certo stanno meglio di me», sorride. «E dire che ho deciso io di prendere in mano l’azienda di famiglia, senza condizionamenti, prima ancora di finire il corso di laurea in agraria. Mio padre aveva un altro lavoro, ma avere a che fare con la terra mi appassionava. Ho scelto le pere, perché sono un frutto difficile, bisogna ragionare in modo diverso rispetto alle altre colture, ma possono dare molte soddisfazioni. Peccato che in queste ultime annate le soddisfazioni siano sempre meno, il tempo è impazzito, le gelate sono frequenti, le grandinate hanno chicchi grandi come mele. E io sono cotto». Adesso, però, Riccardo è in ballo e deve ballare. E continua a farlo, esattamente come gli altri agricoltori di questa terra.
Coop per l'emergenza alluvione
2.190.736 euro raccolti grazie alla nostra raccolta fondi
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