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L'ospedale di chirurgia ricostruttiva di Medici Senza Frontiere ad Amman, in Giordania, accoglie da vent'anni i feriti dei conflitti del Medio Oriente, compresa la Striscia. Qui sono confluiti moltissimi pazienti arrivati a seguito dei conflitti a Gaza, quella guerra a cui sono state destinate le risorse provenienti dalla raccolta fondi lanciata da Coop nel 2025. Un grande polo specializzato, dove la chirurgia di eccellenza si unisce alla riabilitazione, alle cure psicologiche e alla terapia occupazionale. Per riportare i pazienti a vivere.
Lo chiamano “l'ospedale di tutte le guerre”, e non potrebbe essere altrimenti. L'ospedale di chirurgia ricostruttiva di Amman di Medici Senza Frontiere, in Giordania, è un polo di eccellenza nato nel 2006 per accogliere i pazienti provenienti dai luoghi di conflitto di tutto il Medio Oriente: arrivano da Yemen, Iraq, Sudan, Somalia e Gaza. Amman è città di pace, ma dentro le mura dell'ospedale la guerra è da tutte le parti, negli arti amputati, nelle ustioni, nelle cicatrici profonde e negli sguardi di disperazione di chi ha perso tutto. Eppure, la voglia di tornare a vivere la respiri. Chirurghi specializzati, tecnici e infermieri, psicologi e fisioterapisti, esperti in terapia occupazionale lavorano in team per curare le ferite del corpo e tentare di fare altrettanto per quelle dell'anima, con l'obiettivo di restituire alle vittime un futuro possibile.
Qui sono confluiti tantissimi pazienti da Gaza. A loro è stata dedicata lo scorso anno la campagna #CoopforGaza, lanciata da Coop tra il 31 luglio e il 31 ottobre 2025, che ha chiamato a raccolta le cooperative e i soci e clienti Coop, raccogliendo più di 643mila euro a sostegno dei presidi medici e centri di MSF nella Striscia. Ogni donazione alla ong diventa quindi strumento prezioso per dare una possibilità di rinascita a un ferito di guerra, e per vedere con i propri occhi cosa la solidarietà collettiva può aiutare a costruire, una delegazione Coop si è recata sul posto dal 14 al 17 febbraio, accompagnata da Medici Senza Frontiere. Il gruppo era composto da Maura Latini, presidente Coop Italia, Daniela Mori, Domenico Livio Trombone, Andrea Mascherini, Vincenzo Fazzi, rispettivamente presidenti di Unicoop Firenze, Coop Alleanza 3.0, Coop Reno e Coop Amiatina, e da Simone Zambelli, consigliere di Coop Lombardia. Durante la visita i delegati hanno conosciuto medici e personale, visitato reparti e la scuola, toccato con mano il senso ultimo dell’iniziativa benefica delle cooperative di consumatori.
Credits: Chrysoula Patsou/MSF
Lo Specialized Hospital for Reconstructive Surgery è un centro di eccellenza in grado di offrire cure di altissimo livello. Si eseguono trattamenti ortopedici, di chirurgia plastica e di chirurgia maxillo-facciale: stampanti 3D costruiscono protesi e strumenti utili a tornare ad essere indipendenti. Quando il personale ha mostrato alla delegazione la stampante tridimensionale c'era, con suo padre, una bambina alla quale mancava il braccio sinistro: le stavano scansionando l'arto e prendendo le misure per realizzare la protesi. I medici hanno chiesto il permesso di aprire la tenda.«L’offerta è completa, non ci si limita a rimettere a posto arti rotti o ferite. Dopo l'intervento o gli interventi chirurgici i pazienti seguono percorsi di fisioterapia e di supporto psicologico, e dal 2022 si è aggiunta la terapia occupazionale» spiega Amira Aldahmani, Clinical Director dell’ospedale. «L’obiettivo non è soltanto salvare o ricostruire una parte del corpo, ma permettere a chi è qui di tornare a compiere quei piccoli gesti che fanno parte della vita quotidiana, anche tagliarsi le unghie, giocare a palla, pelare le patate, giocare a carte. Ogni paziente riceve una cura speciale e dedicata: i colleghi costruiscono un percorso su misura per ciascuno, i ricoverati sono sempre al centro, a rammentare loro che non sono solo ferite da curare, ma persone intere, con un futuro da ricostruire».
Oltre a parlare con i direttori delle diverse unità, la delegazione Coop ha potuto assistere durante la visita alla festa dei vocational training. È un momento importantissimo per il futuro degli ospiti, perché vengono presentati loro i corsi che l’ospedale mette a disposizione per imparare un nuovo mestiere o tornare a svolgere il proprio lavoro, nonostante le ferite. C'è il corso per parrucchiere, quello per imparare a cucire, per fare il falegname. Quel giorno c'era tra gli altri una ragazza priva di una mano che stava insegnando a cucire a un’altra donna, che a sua volta aveva da poco perso un braccio. Intorno, musica e balli, perché in ospedale si balla anche senza una gamba con le stampelle.
All'ospedale di Amman di Medici Senza Frontiere la media della permanenza è di più di tre mesi, per quelli provenienti da Gaza si allunga anche a più di un anno. Negli ultimi mesi il loro afflusso è notevolmente aumentato nonostante non sia facile evacuarli da Gaza, le procedure sono lunghe e complicate, i criteri adottati dalle autorità israeliane non sono chiari e i pazienti spesso devono attendere mesi per una risposta, mentre stando ai dati dell'Oms il 60% di loro viene respinto.I minori arrivano accompagnati anche da tre o quattro familiari: la madre, se ancora in vita, altrimenti il padre, un fratello, o altri parenti, e l’ospedale si occupa anche di loro. «C'è una bambina che ha circa sei anni, è di Gaza. Era nella tenda con tutta la famiglia quando la tenda è stata incendiata. È l’unica sopravvissuta e ora è qui con i nonni. Un'altra era in casa con la famiglia quando l’abitazione è stata bombardata, e anche lei è l'unica superstite assieme al padre, che in quel momento era al lavoro e ora è con lei in ospedale», racconta il direttore dell’ospedale Roshan Kumarasamy. «E poi c'è anche chi ha vissuto qui gran parte della sua vita. Abbiamo una bambina che è arrivata appena nata e oggi ha due anni, l’ospedale è la sua casa. Corre per i reparti, insieme ad altri bambini, come se fosse nel giardino di casa».
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I piccoli ricoverati, ma anche i loro fratelli e sorelle, frequentano la scuola, un container nel giardino del complesso ospedaliero. È una scuola vera, dove un insegnante tiene lezioni a loro ma anche ai fratelli e alle sorelle che li accompagnano. Non esistono classi divise per età: i bambini e i ragazzi vengono inseriti in base al loro livello di scolarizzazione. «La guerra interrompe i percorsi, cancella mesi, a volte anni di apprendimento, abbiamo ragazzi che non vanno a scuola da tempo, alcuni hanno dimenticato come si scrive in modo fluido, altri devono ricominciare dalle addizioni e dalle sottrazioni, e non per mancanza di capacità» spiega Mays Hijazi, insegnante della scuola. «Per molti questo è anche il luogo dove hanno vissuto il trauma, perché nemmeno gli istituti scolastici sono stati risparmiati dai bombardamenti. E allora dentro il container si prova a restituire alla scuola il suo significato e a trasformarlo da luogo associato al dolore a spazio sicuro, di apprendimento e fiducia». Ogni progresso viene riconosciuto e ogni passo avanti conta. I ragazzi ricevono stelline in base ai risultati raggiunti e, al raggiungimento di un certo numero, possono convertirle in un piccolo regalo.
Le storie dei pazienti si intrecciano inevitabilmente con quelle del personale: infermieri, fisioterapisti, psicologi, psichiatri, mediatori culturali, operatori sociali. Il 98% dello staff è giordano, altri provengono invece dall’Iraq o da altri Paesi. Molti tra i giordani sono di origine palestinese, anche per questo l’impatto della guerra di Gaza non è stato solo clinico, ma profondamente emotivo, c’è stato un forte contraccolpo psicologico. Tra il personale ci sono anche ex pazienti che praticano la peer therapy, la terapia tra pari: sanno cosa vuol dire essere vittime di guerra, hanno imparato a superare le difficoltà e affiancano chi è appena arrivato, non solo sul piano emotivo ma anche pratico. Infermieri e fisioterapisti, che toccano fisicamente i pazienti ogni giorno, instaurano con loro un rapporto intimo e profondo. In quel contatto si prendono addosso una parte del loro dolore.
Sono tante le vite e le storie che si intrecciano nell'ospedale. Tra i reparti visitati dalla delegazione Coop c'era quello di salute mentale, alle pareti tanti quadri e disegni, dietro ciascuno dei quali c'è una storia. Molti di questi sono opera di una ragazza che è stata per molti anni nell'ospedale. Nel primo disegno aveva raffigurato una colomba che portava nel becco una chiave: simbolo della sua libertà, perché Medici Senza Frontiere aveva accettato di portarla qui per curarla. In un altro disegno si era rappresentata con, dentro la testa, un bosco che stava rinascendo, con fiori che sbocciavano.
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