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Michele Carletti, auditor di Bureau Veritas, ha girato tra le campagne del Sud Italia per verificare le condizioni di lavoro dei braccianti, in nome di Coop. Perché Coop, che dal 1998 ha adottato la certificazione etica SA8000, impegna anche i fornitori alla tutela dei diritti e del benessere dei lavoratori.
Oppiacei da tenere sotto la lingua, doping per tollerare la fatica di 12 ore sotto il sole con la schiena piegata in due, sono un'altra faccia del caporalato, una delle tante. Quanto scoperto qualche giorno fa da un'indagine della Guardia di Finanza di Pomezia è la disperata consuetudine di tanti lavoratori agricoli della comunità indiana, che raccolgono ortaggi tra le stesse campagne dove ha perso la vita il 19 giugno Satnam Singh, scaricato come un sacco davanti a casa, il braccio tranciato in una cassetta della frutta.
Le cronache degli ultimi anni ci raccontano che metanfetamine, oppiacei e antispastici vengono spesso forniti ai lavoranti dagli stessi intermediari che procurano loro un impiego, documenti, trasporti, una baracca dove dormire. «Si dopano, per poter lavorare. Nelle serre, in estate, ci sono più di 50 gradi, l’aria è soffocante, in condizioni normali non potrebbero resistere giornate intere», spiega Michele Carletti, auditor per Bureau Veritas, società internazionale di certificazione leader al mondo.
Più di 20 anni nelle campagne
Carletti è un “veterano” in questo settore. È tra i primi ad avere messo il naso in veste di ispettore di Bureau Veritas nelle campagne del Foggiano, dove migliaia di giovanissimi africani venivano e vengono reclutati per la raccolta dei pomodori, durante le torride estati pugliesi. Ci andò per la prima volta più di 20 anni fa, e ha continuato per anni, per certificare la serietà e la correttezza dei fornitori di Coop, di cui è in un certo senso un po’ la memoria storica, il simbolo in carne e ossa dell'impegno verso il rispetto dei diritti dei lavoratori in agricoltura. «Nel 1998 Coop è stata la prima azienda in Europa e l'ottava nel mondo a ottenere la certificazione etica SA8000, uno standard che mette al centro il lavoratore, la sua sicurezza e il suo benessere. Il passo immediatamente successivo fu assicurarsi che anche i fornitori garantissero il rispetto di quei criteri, specie nelle filiere più problematiche». Successe così che Coop inserì per i fornitori dei suoi prodotti a marchio come requisito contrattuale la sottoscrizione di un codice di comportamento etico che contemplava il rispetto di determinati canoni in fatto di diritti dei lavoratori, fino a che nel 2016, con la campagna Buoni e Giusti, l'impegno venne esteso anche ai fornitori di ortofrutta non a marchio Coop.
Il viaggio verso la legalità
Il ruolo di controllare che tali impegni non restassero sulla carta fu affidato, appunto, in prima istanza a Bureau Veritas, e fu Carletti tra i primi a occuparsene. «Si partiva da un principio un po’ diverso. L’intento non era solo di verificare che non ci fossero abusi e irregolarità, ma di accompagnare i fornitori verso una transizione. Capire cosa succedeva davvero in un settore in cui nessuno aveva mai indagato a fondo, al di là di quello che tutti vedevano, e come si poteva intervenire per cambiare le cose». L’obiettivo delle ispezioni era quello di individuare le criticità di filiera rispetto al codice di condotta di Coop Italia su condizioni di lavoro, diritti dei lavoratori, salute e sicurezza, in relazione soprattutto al personale stagionale e alle condizioni dei lavoratori stranieri. le irregolarità venivano poi comunicate a Coop, che chiedeva ai produttori di risolvere, e nei casi più gravi è arrivata a rompere la collaborazione.
La macchina “perfetta” del caporalato, dove a pagare sono solo i braccianti
La prima ispezione di Carletti fu appunto nel Foggiano, nelle terre di un agricoltore che produceva pomodori. «Non aveva mai visto un ispettore. Mi cacciò prima ancora di iniziare, capii che l’approccio andava cambiato», racconta Carletti: «L’agricoltura è un settore complicato, non c’è da fare i conti solo con le incertezze e i prezzi di produzione, ci sono oggettivi problemi di filiera. Il caporalato nasce anche da qui, specie quando c'è l'esigenza di avere tanta manodopera in pochissimo tempo, come avviene per il pomodoro in provincia di Foggia. Oggi le cose sono cambiate, ma venti anni fa le macchine per la raccolta erano poche e costosissime, servivano braccia umane, tante e tutte in contemporanea, perché in poco più di due mesi al massimo bisogna raccogliere i frutti su ettari di campo. Per gli agricoltori era molto più semplice rivolgersi a intermediari ben organizzati, che riuscivano a fornire tanta manodopera straniera in un batter d’occhio. Erano i nuovi caporali, africani che parlavano l'italiano e sapevano dove andare a trovare lavoratori, li trasportavano, davano loro alloggio e cibo. Nell’agro pontino, invece, gli indiani venivano reclutati già nel loro Paese da organizzazioni che si occupano di tutto, dal viaggio ai documenti, e a cui i poveri braccianti dovranno versare metà della paga, e poi l’assegno di disoccupazione. In tutti i casi, i lavoratori sono l’anello debole della catena, sfruttati e taglieggiati».
Scovare le irregolarità non è stato mai facile, ieri come oggi.
Alcune visite sono programmate, altre sono a sorpresa. «Al di là dei controlli documentali, una delle prime cose che si fa è chiedere di parlare ai braccianti, in un luogo tranquillo. Dove ci sono sacche di illegalità i lavoratori sono “avvisati” e preparati in anticipo, perché dicano che tutto va bene, che è tutto in regola», racconta l’auditor.
«Mi è capitato che iniziassero a spiegare quanto si trovassero bene prima ancora che facessi loro domande. Se vuoi capire cosa succede davvero, non puoi limitarti ai questionari standard, devi uscire dall'azienda, cercare il parroco, le associazioni, i sindacati, oppure spostarti dove vivono, avvicinarli lontano dal luogo di lavoro e cercare di conquistare la loro fiducia. Bisogna far capire loro che non sei un “poliziotto”, ma che sei lì per capire e cambiare le cose in meglio».
Fare cultura della legalità
Parte del lavoro è anche parlare con gli agricoltori, incoraggiarli a migliorare le cose che non vanno. Carletti lo chiama “fare cultura della legalità”. «Ogni volta che c’è un grande scandalo, un poveruomo che muore, scattano le indagini e le operazioni delle forze dell’ordine, i sequestri e gli arresti, le leggi vengono inasprite. Passata la bufera mediatica, però, tutto torna tutto com’era. Quello che cerchiamo di fare, dall'inizio, è invece confrontarci con gli agricoltori. Chiaramente non è possibile dove si lavora nell’illegalità, e dove ci sono situazioni delinquenziali, ma dove ci sono margini di miglioramento, sì. Quando cominciammo gli audit per Coop, si organizzavano incontri con gli imprenditori per capire come affrontare al meglio il tema del costo del lavoro, garantendo una paga dignitosa ai braccianti. E quando Coop ha aperto il confronto prima sul discorso sicurezza, poi sulle condizioni di lavoro, molti si sono mostrati sensibili, tante azioni sono state intraprese. C’è chi si è preoccupato di dare alloggi più confortevoli, chi è intervenuto per migliorare la sicurezza. Non è vero che agire è impossibile, le cose per molti sono cambiate, e questo dimostra che un prodotto equo, se c’è la volontà di tutti, si può fare. Oggi registriamo anche la presenza di fornitori che si sono autocertificati SA8000 o che hanno comunque attivato controlli preventivi e fanno al loro interno una cultura di impresa corretta e etica».
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